Haffmans & Neumeister

Philipp, lei è uno dei personaggi più famosi nel mondo dell’occhialeria; ha partecipato a molti saloni dall’inizio della sua attività nel settore. Ricorda il primo salone al quale ha partecipato e il primo SILMO?

Naturalmente! Il nostro primo salone ufficiale è stato a Colonia nell’ottobre 1997. La posizione del nostro stand non era delle migliori. Fortunatamente per noi fu scattata una foto al nostro socio Ralph Anderl mentre indossava diversi occhiali sulla sua “pelata”. La foto apparve la mattina successiva in copertina sul gazzettino del salone e, poco dopo, grandi protagonisti del settore come Henrik Lindberg e Alain Mikli vennero a visitare il nostro stand. Erano curiosi e si complimentarono con noi per il nostro nuovo approccio tecnico.
Il salone successivo è stato il MIDO, a Milano, nel maggio 1998. Non riuscimmo a prenotare uno stand, per cui ci spostavamo nelle sale nascondendo gli occhiali sotto ampi impermeabili, quasi fossimo degli stravaganti esibizionisti. Alla fine, un veterano del settore, Robert Laroche, ci diede ospitalità in un angolo del suo stand e riuscimmo a ottenere i primi ordini.
In quella stessa occasione, entrammo in contatto con la società francese IDC, che successivamente divenne il nostro primo distributore. IDC aveva buoni contatti con Eric Lenoir (direttore generale di SILMO a Parigi) e, grazie a questa conoscenza, ci assicurammo una buona posizione al salone più importante nel campo dell’occhialeria. E non è tutto: non soltanto fummo candidati al prestigioso riconoscimento SILMO d’or per la categoria “innovazione tecnica”, ma vincemmo! Da quel momento in poi, la gente cominciò a conoscere il piccolo brand berlinese e le sue “montature in lamina metallica“, espressione coniata dagli ottici per una cosa mai esistita prima.

Haffmans & Neumeister è cresciuto rapidamente come marchio di design iconico. Potrebbe riassumermi gli elementi fondamentali che ne hanno creato il fascino?

Quando abbiamo partecipato al nostro primo SILMO con HNH nel 2017, eravamo sul mercato da una ventina d’anni, per cui il nostro ritorno fece di per sé scalpore, anche senza aver presentato alcun occhiale. Tuttavia, nonostante l’apprezzamento dimostrato per alcuni stili, in generale l’accoglienza riservata alla collezione inaugurale fu freddina.
Tornammo al tavolo da disegno, mantenemmo alcuni dogmi e ne spezzammo altri. Nacque così il concetto Ultralight, un altro modo di trattare la lamina metallica che ci ha distinto da tutte le nostre società precedenti. La collezione Ultralight è stata un modo per raggiungere nuovamente il cuore degli ottici e riposizionarci sulla mappa, suscitando l’interesse del mercato per un nuovo marchio di occhiali in acciaio inossidabile. Questo, ovviamente, è stato un elemento decisivo per tutti noi che ci ha rinsaldati nelle nostre convinzioni e incoraggiati a percorrere sino in fondo la nuova strada esplorandone tutte le possibilità.
Un altro elemento che ha contribuito a creare il fascino è stato, a mio avviso, la scelta di abbandonare il freddo bianco e nero. Questa volta con HNH, siamo passati a toni più caldi in un linguaggio figurativo più orientato al lusso. In generale, il brand è più invitante.
In fin dei conti, però, sono dell’idea che i nostri clienti apprezzano soprattutto il fatto che continuiamo a proporre nuove invenzioni al mercato con il supporto di un team straordinariamente dotato.

La più grande fetta del mercato è rappresentata da stili convenzionali, globali, adattabili alla maggior parte dei visi. Con H&N ricercate una vestibilità personale per chiunque abbia la curiosità di sperimentarla… Qual è il vostro concetto di modello? Essenziale, colorato, personale…?

La riduzione di un prodotto è un concetto di straordinaria potenza. Potremmo definirlo il dogma “less is more”. Quando abbiamo iniziato con HNH, abbiamo riflettuto su ciò che non era necessario in un paio di occhiali. E qui possiamo imparare dalla storia. Nel Novecento gli occhiali non avevano elementi extra (ad esempio, naselli o aste), tutti elementi che annacquano la delicata estetica, quasi fosse un gioiello, di una semplice montatura in metallo. Inoltre, riducendo lo spessore, il materiale è diventato più flessibile e facile da modificare senza l’uso di attrezzi ingombranti.
Per quel che riguarda gli stili, ovviamente offriamo l’intera gamma per soddisfare un’ampia varietà di gusti e visi. Non mancano i grandi classici: rotonda, ovale, pantos, a goccia, a gatto, browline e la classica quadrata americana sono tutte forme presenti nelle nostre collezioni. Tutte le altre derivano da questi “fondamentali”, ossia le ricette di base, successivamente adattate modificandone gli ingredienti. Mi piace trasferire gli stili da un’epoca all’altra. Giocare con le dimensioni, i colori della montatura e delle lenti offre possibilità infinite.

L’occhiale H&N si ispira a uno stile di vita high-end, alla ricerca del benessere, semplice, senza orpelli. Qual è la strategia del marchio e la strategia progettuale per abbinare questo stile alla tendenza prevalente della moda sul mercato?

Oggi molto fermento attorno ad alcuni stili viene creato attraverso le celebrità. Scegliere una forma “fuori dal coro” esprime la volontà di discostarsi dall’offerta del mercato di massa optando per forme che sono state fuori moda per un po’ e, dunque, non sono considerate “portabili”.
Oltre alle proposte di base per l’uso quotidiano, abbiamo la collezione PHASMID, che è un po’ la nostra “passerella”, un’area di sperimentazione e ricerca di nuovi stili e soluzioni tecniche. Le forme di questa collezione hanno tutte una propria storia. Un modello come OPIUM ha un’estetica simile agli stili diffusi in Cina, attorno agli anni ’40 dell’Ottocento, durante le guerre dell’oppio. Un altro modello, chiamato ARSENIC, si richiama agli occhiali protettivi dell’epoca del vapore alla fine dell’Ottocento. La collezione Phasmid accoglie pezzi che differiscono notevolmente da quelli che devono soddisfare la normale domanda. L’intenzione è giocare, travestire e conquistare il mondo emozionale della moda, un nuovo linguaggio progettuale che poi inevitabilmente si riflette sul nostro portafoglio “prêt-à-porter”.